Siamo in guerra: Europa, dove sei?

Di fronte all’emergenza Covid-19, una delle più grandi pandemie dopo la seconda guerra mondiale, l’ennesima di provenienza animale (cd. zoonosi), in prima battuta l’Europa non ha dato prova di unità e solidarietà continentale. I segnali di poca attenzione che le istituzioni europee hanno rivolto all’Italia sia quando l’emergenza era confinata nel Lombardo Veneto e in Emilia e poi ora estesa a tutto il Paese sono state poco incoraggianti. Forse, ora, qualcosa si muove.

Con l’emergenza alle porte, con una Cina che lottava per contenere l’epidemia, l’indecisionismo e il balbettio ad ogni livello istituzionale hanno reso ancora più confusi i cittadini. Sia tra gli infettivologi sia nella politica non c’è stata una posizione netta fino a che è stato chiaro che il Covid-19 non era tanto un’influenza più potente quanto invece un virus di cui non si ha il vaccino. E di fronte a questo iniziale grigiore decisionale, nonostante i primi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, anche i cittadini non hanno dato prova di grande responsabilità.

Ancora quando Codogno e Vo Euganeo erano zona rosse, eravamo a mangiare la pizza, a fare aperitivi e uscite di gruppo come se nulla stesse accadendo, con la convinzione che rimanesse al di là dei monti, in pianura oppure non scendesse giù nel Sud Italia.

Ora invece l’adozione del DPCM 11 marzo 2020 (e forse ulteriori restrizioni), la polizia per controllare il motivo dei cittadini in strada, i medici e infermieri militari a supporto degli operatori civili, la riduzione dei mezzi di trasporto pubblici, la fila per la spesa sono tutte situazioni, prima inimmaginabili, per affermare che siamo in guerra contro un nemico invisibile!

Il quotidiano aggiornamento della Protezione Civile circa il numero dei positivi, dei deceduti e dei guariti sono una nuova forma di bollettino di guerra a cui molte generazioni, se non i nostri nonni, non erano più abituati.

L’emergenza andrebbe affrontata in squadra, come sembrava da un iniziale coordinamento tra i ministri della Salute dei Paesi dell’Unione Europea. Un segnale di prima vicinanza dell’Europa con l’Italia poi invece è naufragato anche sotto il profilo bancario, come dichiarato dalla Presidente BCE Lagarde dicendo che non sarebbe intervenuta per abbassare lo spread e rilanciare l’economia. Solo questa settimana è emersa la consapevolezza del pericolo che si sta consumando nel Vecchio Continente e, in ordine sparso, Germania, Francia e Spagna stanno adottando scelte draconiane al pari dell’Italia con la chiusura delle frontiere, del locali, delle scuole e l’adozione di misure di distanza sociale.

La sfida è chiara: o l’Europa supererà insieme, in maniera coordinata e solidale, questa guerra o morirà. Superare insieme l’emergenza significa:

  • potenziare il ruolo delle Istituzioni con un commissario alla Salute europea che abbia una cabina di regia più incisiva di fronte ad un’emergenza;
  • potenziare il ruolo della Protezione civile europea per mettere in rete le buone pratiche per affrontare le emergenze con risorse, mezzi e uomini da schierare di fronte a scenari di disastro. E’ importante che siano arrivati i soccorsi e mezzi dal gigante cinese, ma dove è la solidarietà europea in questi fase?;
  • potenziare il coordinamento e uniformare le pratiche mediche tra i Paesi dell’Unione, visti, tra altro, le contraddizioni circa il ruolo e la classificazione del tampone;
  • adottare politiche bancarie e fiscali più integrate e solidaristiche. In tal senso la notizia dell’adozione del Quatitative easing di 750 miliardi di euro, ovvero l’acquisto di Titoli di Stato e l’immissione di liquidità nel sistema economico sono un segnale incoraggiante; deve essere chiaro che se crolla anche solo l’economia italiana, crolla anche quella di mezza Europa, considerato che i sistemi bancari sono interdipendenti tra loro, come tra Poste Italiane e Deutsche Bank o i semilavorati veneti che sono alla base della produzione tedesca;
  • adottare un maggiore coordinamento sulle politiche del lavoro e la contrattazione collettiva nei diversi comparti per rendere concorrenziale il costo del lavoro europeo e garantire una maggiore produttività in tutto il Continente di fronte delle sfide globali.

E con l’Italia ferma e l’Europa assente, il vuoto è stato subito colmato della Cina che, strategicamente, con il coordinamento della Croce rossa Internazionale ha dato supporto con medici e dispositivi necessari per far fronte all’improvvisa accelerazione del virus. E’ stato un bel esempio di vicinanza e supporto, ma bisogna stare attenti anche alle scelte e alle non scelte che l’Italia e l’Europa fanno. Meglio essere interdipendenti in Europa che dipendenti dalla Cina o da altre super potenze, anche locali, come la Turchia che blocca le forniture già pagate di mascherine per ricattare l’Europa.

Questa goccia è un segnale che se fino a ieri eravamo pro Stati Uniti perché ci hanno liberato dalla dittatura nazifascista, domani saremo pro Cina perché ci hanno liberato dal virus. E in questa politica nulla è, ahimè, disinteressato, quindi oggi c’è stato l’aiuto e domani ci troviamo i cinesi a governare le leve economiche del nostro Paese, importando anche metodi e governance da una dittatura comunista. Prima si deve trovare e ricevere l’aiuto nella Casa europea altrimenti le divisioni interne si pagheranno nel medio e lungo periodo. L’Italia senza Europa è una formica di 60 milioni di abitanti di fronte all’elefante cinese che conta una potenza economica demografica di 1,2 miliardi di abitanti.

Sul fronte italiano è opportuno seguire le indicazioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore della Sanità e se alcune polemiche tra Governo e Regioni ci sono state, sono da considerarsi il sale del dibattito democratico di questo Paese tra livelli istituzionali perché, se non fossimo in questa democrazia, certe voci critiche non si sarebbero neanche levate (cfr. Cina & dintorni).

Quando finalmente la pandemia in corso sarà terminata, non vorrei tornare alla normalità ovvero alla situazione preesistente perché prima c’erano troppi nodi da risolvere che bloccavano il Paese. E allora questa fase di emergenza sia una fase anche di riflessione per una nuova rinascita, un nuovo slancio.

Se nel secondo dopo guerra abbiamo avuto figure lungimiranti che ci hanno guidato fuori dalle macerie, ora ci vorrà una nuova classe politica che ci guidi fuori dal disastro economico – sociale che si sta prospettando. Non serviranno toni populisti, sparate social o polemiche sterili, ma solo proposte e risposte concrete.

Perché se il Decreto Legge Cura Italia con l’estensione della cassa integrazione e l’aumento dei congedi e permessi, talune una tantum economiche è una prima risposta di breve termine ai lavoratori, agli autonomi e ai professionisti fermi a casa, bisognerà nel medio – lungo periodo ripensare:

  • alla Sanità, soprattutto nel Sud Italia e nelle isole, perché è penoso, nel 2020 (!), pensare che non ci siano strutture, operatori e mezzi per affrontare l’emergenza Covid-19 e questo significherà lottare contro una gestione clientelare delinquenziale che blocca il sistema;
  • al Turismo perché dovrà essere messa in moto la prima industria d’Italia, riassorbendo tutti i lavoratori del settore e invitando gli Italiani a fare le ferie nel Bel Paese per rimettere in moto questa economia;
  • alla Scuola e all’Università perché siano potenziate le lezioni on line e la formazione degli insegnanti per garantire la continuità degli studi: questo anno scolastico e accademico non vada perso perchè si deve salvare un’intera generazione di giovani che stanno studiando per il bene di sé, risorsa e futuro del Paese;
  • all’Industria: le zone più colpite dell’emergenza sono anche il principale motore del nostro Paese (la Lombardia e il Veneto); vanno subito supportate anche con l’intervento pubblico, tutelando la salute dei lavoratori con mascherine e protezioni adeguate, come nei bunker antiaerei durante i bombardamenti. Altresì si deve pensare a mettere in moto il Sud perché se l’Italia avesse avuto due motori potenti, uno al Nord e uno al Sud, in caso di emergenza, avere avuto un motore a Sud avrebbe permesso di tenere in quota l’aereo Italia. Allora il nuovo commissario straordinario nominato dal Presidente del Consiglio sappia intervenire con l’intelligenza e la lungimiranza di far ripartire un’economia che se prima era ferma, ora è al collasso. Si costituisca un nuovo Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) che porti il Paese fuori dallo stallo, con meno burocrazia e più semplificazione e con la liquidità finanziaria che l’Europa è pronta a concedere.

Infine, per concludere, è chiaro che l’emergenza cambierà anche i nostri comportamenti sulla gestione dell’ambiente, se non vogliamo essere carnefici di noi stessi. Infatti, a tal proposito le prime indagini scientifiche riportano la correlazione tra alti livelli di inquinamento da PM10 (Lombardo Veneto e provincia dell’Hubei in Cina) e la relativa diffusione del virus nell’aria.

https://www.centrometeoligure.com/liacvdc2/

Questi studi, insieme alle altre concause di diffusione, dimostrano che il sistema economico e l’incidenza dell’uomo sull’ambiente dovranno essere ripensati per ridurre drasticamente l’inquinamento e quindi le condizioni di avvelenarci da soli. Ed, in attesa del primo vaccino, una grande passo avanti sarebbe poter tornare a respirare aria sana, come quella che le centraline ARPA stanno rilevando in questi giorni.

Allora se siamo in guerra, la mia vicinanza emotiva va alle famiglie colpite dalla perdite di un caro e l’augurio ai nostri battaglioni sul fronte, fatti di operatori medici e di ricercatori schierati in prima linea perché possano salvare più vite possibile.

Possa tornare a splendere il sole dopo questa lunga notte buia.

Forza Italia, resistiamo e restiamo a casa!

 

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