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Elezioni Politiche 2018: verso la Terza Repubblica

Poco più di vent’anni fa, nel 1996, il celebre cantautore Giorgio Gaber con una sua canzone si domandava cosa fosse la destra e cosa fosse la sinistra distinguendo gli uni e gli altri dai gusti e dai gesti; oggi un altro cantante, il giovane rapper italiano, Ghali, con la canzone Cara Italia, si domanda cosa sia la destra e la sinistra. Ieri Gaber con ironia si domandava dove fossero finite le ideologie agli albori della Seconda Repubblica, oggi Ghali si domanda con curiosità e indifferenza quale significato abbiano destra-sinistra per un giovane nato dopo la caduta del Muro di Berlino, non avendo neanche respirato lui, come tanti altri giovani, le due grandi ideologie del Novecento (principalmente comunista da una parte e cristiano- socialdemocratica dall’altra).

L’esito delle elezioni del 4 marzo scorso sanciscono una frattura di cambiamento che proietta verso la Terza Repubblica, fotografando un nuovo modo di fare politica e verso nuovi principi ideologici.

In qualche modo già le elezioni presidenziali francesi nel 2017 avevano visto i grandi partiti di centro destra e sinistra in forte crisi, sconfitti alle elezioni dall’avanzata vittoriosa La République En Marche, guidato di Emmanuel Macron, movimento centrista, ideologicamente trasversale, e dal buon risultato della destra estrema, identitaria, del Front National di Marine Le Pen.

Anche in Italia si sono ripetute alcune dinamiche con dei doverosi distinguo. Il Movimento del Cinque Stelle è emerso come il primo partito in assoluto (32,68% dei voti espressi) e ha raccolto molti consensi per almeno due principali ragioni: da una parte ottiene i voti soprattutto tra la popolazione dei giovani elettori (fascia età 18-24 e 24-35; cfr.: www.youtrend.it) poiché è un movimento fuori dell’ideologie del Novecento e trasmette gran parte del proprio messaggio attraverso i social network di cui i giovani sono più avvezzi, dall’altra raccoglie un voto di protesta e di speranza: l’uno legato all’insoddisfazione di chi ha governato in questi ultimi 25 anni, l’altro invece dalla possibilità di uscire dall’indigenza, come risulta della proposta del Reddito di Cittadinanza che ha fatto breccia nel Sud e nell’Isole (con punte di 50% di consensi) in cui grava pesantemente la crisi economica e prosegue l’emigrazione dei giovani verso il Nord d’Italia e l’Estero (Cfr. Rapporto SVIMEZ 2017).

Il centro destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia UDC) risulta la prima coalizione vincente pari al 37% dei voti e la Lega, con il 17,37% dei consensi a livello nazionale, ha superato Forza Italia, guidata da Silvio Berlusconi (14,01%). Da un lato il partito di Matteo Salvini, dopo aver dato una svolta nazionale ad un partito nato nel e per il Nord Italia, ottiene molti voti dai giovani, come il M5S, perché ha offerto una proposta identitaria forte (con una predilezione all’italianità), dall’altra emerge Forza Italia come un partito ostaggio di un leader sì sempre incisivo ma ormai incapace di dare un giovane ricambio generazionale al suo interno. Altresì, a conferma del superamento dell’ideologie, il partito Noi con l’Italia Udc è prova che, pur fregiandosi dello Scudo crociato, unico simbolo del Novecento politico ancora presente nell’arco parlamentare, ha ottenuto un magro 1,3% dei consensi, perdendo voti soprattutto nel bacino meridionale in cui era ancora molto forte.

Infine, il Partito democratico è il grande sconfitto di queste elezioni nazionali. Dopo il 40,8% dei consensi alla elezioni europee del 2014, il partito ha diminuito i propri consensi fino al 18,72% per due ragioni: da un parte si è affievolita la leadership di Matteo Renzi: il giovane leader apparso come l’homo novus della classe politica ha perso il proprio appeal con la sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Prima di allora il leader toscano proponeva un modello di Governo rassicurante e innovativo che ha saputo tenere testa alla ventata di novità del M5S, ma poi l’aver convogliato tutte le energie sul referendum, perdendo il polso dell’esigenze del Paese, l’ha delegittimato. Dall’altra il modello Renzi non ha giovato al Partito che, erede della tradizione comunista italiana, ha perso il contatto con la base dei suoi elettori storici, con la realtà di un mondo che è cambiato.

Un altro dato interessante, più trasversale e non meno importante, è la quasi assenza di deputati e senatori che si richiamino o provengano dall’alveo della dottrina sociale della Chiesa. Certo non sono le etichette a definire i politici cristiani, ma già dalla scorsa legislatura emergeva l’assenza di sentire di ispirazione cristiana che sappesse dare una visione diversa. In tal senso il lavoro per la formazione di una nuova classe politica è lungo e complesso, consapevoli che quel messaggio cristiano trova sì le sue radici e la sua Forza dall’Alto, ma deve sapersi incarnare nella quotidianità dell’uomo e accompagnare le domande e i bisogni più profondi (guadare dentro di sé per guardare il bene dell’altro, la dignità umana e il lavoro, la famiglia e il senso della comunità).

Nonostante il tripolarismo sancito dalle urne e nessun vincitore con maggioranza assoluta parlamentare, il 24 marzo sono stati eletti il presidenti del Senato e della Camera, rispettivamente Maria Elisabetta Alberti Casellati per FI, prima volta per una donna quale seconda carica dello Stato, e Roberto Fico per il M5S, prima volta per un eletto del movimento fondato dal comico Beppe Grillo.

L’alleanza trasversale che si è formata per l’elezione delle più alte cariche dello Stato potrebbe essere il preludio anche di un’alleanza politica tra i due vincitori: il centro destra a guida leghista e il M5S. Questa prospettiva potrebbe risultare una novità dopo più di vent’anni di bipolarismo, ma neanche troppo poco ortodossa se si guarda fuori dai confini dove in Germania sta proseguendo il modello di Grosse Koalition o alla Spagna dove i Popolari governano con l’astensione dei Socialisti.

Anche dall’Europa si guarda con attenzione alla nuova possibile alchimia italiana dove i due principali azionisti del futuro Governo non si ispirano alle due principali famiglie politiche (i popolari e i socialisti) che guidano la Commissione e il Parlamento europeo: il M5S infatti è chiamato a dimostrare se ne avrà le capacità di governo, così tanto annunciate in questi anni, con il carico di contraddizioni che porta con sé rispetto alle sue origini programmatiche in tema di Europa ed Euro, di politica estera, sulla gestione degli immigrati, la visione del lavoro e dei sindacati; la Lega, invece, è chiamata a quell’opera di mediazione interna per non far saltare l’alleanza storica e a dialogare con i pentastellati su alcuni punti programmatici, comuni per un verso (p.e. immigrazione ed Europa) e distanti per altri (p.e. reddito di cittadinanza e infrastrutture).

Considerato le precarie condizioni di salute del Paese, dall’inverno demografico e alla crisi economica ancora presente, non si può e non si deve perdere tempo perché la lungimiranza del nuovo Parlamento e del futuro esecutivo sta solo in un unico obiettivo: stabilità e formazione di un Governo per il bene del Paese. Questo chiedono i giovani, le famiglie. Gli Italiani.

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