Appello “Ai liberi e forti” (1919-2019): Sturzo e l’Europa oggi.

In occasione del centenario dell’Appello Ai Liberi e ai Forti di Luigi Sturzo, sacerdote, fondatore del Partito Popolare in Italia, ieri 18 gennaio 2019, a Palazzo Ducale, in Genova, si è svolto un Convegno per commemorare questo evento di cui riporto la locandina delle Associazioni organizzatrici.

Con l’occasione sono intervenuto con una breve riflessione sull’Unione Europea. Riporto alcune parole profetiche che Don Luigi Sturzo espresse in merito all’Europa, quale futuro del continente, quale via di pace e libertà per il bene dei popoli.

“Gli Stati Uniti d’Europa non sono una utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza con varie tappe e con molte difficoltà. Occorre procedere a una revisione doganale, che prepari una unione economica con graduale sviluppo, fino a poter sopprimere le barriere interne. Il resto verrà in seguito”(Luigi Sturzo, La comunità internazionale e il diritto di guerra, Londra, 1929).

 

Il 4 novembre 2018 a Parigi si sono riuniti i Capi di Stato e di Governo per ricordare, dopo cento anni, la fine della Prima Guerra Mondiale, che ha causato milioni di morti, devastato ettari di territori tra trincee e battaglie atroci e ha gettato i semi del secondo conflitto mondiale.

Quella commemorazione insieme ai documentari e i film che sono stati trasmessi durante il 2018 non può lasciare indifferenti ma obbligare a riflettere sul valore della pace e della libertà di cui l’Europa gode da più di 70 anni perché su quelle ceneri è stata costruita l’Unione Europea.

Tuttavia in questi ultimi anni stanno emergendo posizioni contrarie all’unità dell’Europa (in primis l’uscita dalla moneta Euro con il referendum inglese – cd. Brexit) e in taluni casi, come in Italia e non solo, le forze politiche al Governo stanno esprimendo posizioni che non agevolano questo processo di unità o che assumono posizioni ondivaghe se non in opposizione al ruolo e al futuro dell’Europa.

Le ragioni dell’emergere di posizioni contrarie all’UE vanno ricercate da entrambe le parti.

Da un lato le Istituzioni Europee (soprattutto la Commissione Europea) non hanno saputo cogliere i segnali e i giudizi negativi che stavano emergendo contro se stessa ed è emersa l’incapacità di agire e raccontare l’Europa non solo come istituzione bancaria ed economica, ma anche motore di coesione sociale e culturale. Sarebbe stato opportuno cogliere il chiaro segnale dell’esito della Brexit, ma non è stato meditato abbastanza per rimediare.

Dall’altro lato alcune forze politiche hanno strumentalizzato l’Europa come alibi per i problemi su immigrazione, terrorismo e crisi economica nei singoli Stati membri e ne hanno fatto merce di consenso politico. A ciò si aggiunge il fatto che i Governi in carica, in sede di Consiglio dell’Unione Europea, composti principalmente dalle forze politiche delle due grandi famiglie europee (quella popolare e quella socialdemocratica) non hanno dato un contributo serio per rafforzare l’Unione sui temi caldi dell’agenda europea di cui appena accennato sopra.

A conferma di questa situazione l’Eurobarometro, sondaggio del settembre 2018 a cura del Parlamento Europeo, ha rilevato che la fiducia degli Italiani sul ruolo dell’Europa in tema di lotta contro il terrorismo, opportunità di lavoro e sul ruolo dell’Unione Europea sia calata. Questo aspetto si rafforza anche dal fatto che, laddove emerge situazione interna economica sociale negativa, come in Italia, ma anche in Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia, allora è più bassa la fiducia nell’Europa. Così il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44% e si imputano all’Europa i problemi interni quando è invece il sistema Paese che deve cambiare e affrontare le sfide economiche e sociali necessarie per migliorarsi.

A titolo esemplificativo, la Commissione Europea ha messo a disposizione all’Italia Euro 46.463 milioni per i diversi fondi di investimento per il periodo di programmazione 2014-2020 ma se il Governo Centrale rallenta le grandi opere (cfr. le recenti posizioni governative sulle infrastrutture strategiche, p.e. tratta Torino Lione sul Corridoio 6) o le Regioni non spendono le risorse assegnate, come emerge dai dati della Agenzia per la coesione territoriale (luglio 2018) dove ben 19 programmi operativi su un totale di 51, tra nazionali e regionali, non hanno raggiunto il target di assorbimento delle risorse a disposizione, significa che il problema non sta nella classe politica europea ma in quella italiana a tutti i livelli di governo (Comune, Regione, Stato).

Un’altra analisi interessante è emersa dal rapporto annuale del CENSIS 2018 dove, tra tanti, emerge il tema demografico dei giovani la loro incidenza percentuale sulla popolazione europea. La ricerca riporta che la quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei.

Da una parte emerge che le giovani generazioni sono l’avvenire del continente e sono quelle che più colgono i vantaggi dell’Unione Europea sulla base della sintesi “unità nella diversità”, dall’altro lato come l’Europa, e in particolare il Bel Paese, sia un continente stanco, affaticato e anziano che deve tornare ad essere madre generatrice di civiltà e speranza di vita per il futuro, considerati i dati negativi emersi sulla natalità e giovinezza del Continente (Cfr. Papa Francesco, Conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).

In questo quadro grigio, di forte diffidenza e incertezza generazionale, si fa spazio una nuova visione politica: il sovranismo. Non si tratta tuttavia della sovranità del popolo già sancita dalla Costituzione italiana, ma di un’interpretazione della sovranità: si intende negare la discussione e la condivisione di scelte prese nei consessi europei ed internazionali per il bene comune dei popoli e pensare che ciascun Paese, senza l’accordo e il confronto con i propri vicini, possa risolvere le grandi sfide mondiali da sé. Quindi il pericolo dell’individualismo nazionale è una strada accidentata che non fa germogliare buoni frutti, ma disgrega un tessuto Interistituzionale invece di rafforzarlo.

Fra meno pochi mesi, a fine maggio 2019, si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. E’ facile aspettarsi che le forze politiche meno europee e fautrici del sovranismo possano aumentare in maniera consistente i propri consensi, minacciando la maggioranza politica socialdemocratica e popolare europea che fino ad oggi ha dominato le istituzioni europee.

Alle porte della prossima campagna elettorale sarà necessario porre in essere due ordini di questioni: quali sono gli attori che vogliono rafforzare profondamente l’assetto europeo e chi è contrario o indifferente e quali sono i temi da affrontare per rafforzare l’Europa sia internamente sia di fronte alle consesso internazionale.

In particolare per le sfide mondiali, alcuni temi da affrontare in maniera unitaria sono i seguenti:

  • il terrorismo che si sviluppa all’interno del Continente e che in particolare si insinua tra le terze e quarte generazioni di immigrati;
  • l’immigrazione: adottare una politica sulla gestione dei flussi di popolazione dall’Africa, puntare alla stabilità economica e politica dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo ed evitare che ci sia una competizione tra Stati Membri (cfr. ruolo Francia e Italia sulla Libia);
  • l’economia: puntare a fare sistema per affrontare i grandi colossi economici che dalla Cina e dall’India insidiano il mercato europeo ovvero saper coniugare la il mercato libero con la tutela dell’interesse europeo;
  • la sicurezza: convergere verso una più intensa collaborazione e condivisione tra autorità investigative e giudiziarie dei singoli Stati membri per affrontare i temi di cui sopra. In particolare contro la criminalità organizzata che opera anche per la gestione dei flussi migratori, l’Italia può (ahimè!) vantare e offrire agli altri Stati membri un sistema con le migliori pratiche investigative attraverso la Direzione Investigativa Antimafia.
  • infine sulla cultura l’Unione Europa sembra incapace di esprimersi e di ricordare il suo passato, solo orientata agli aspetti tecnici e economici, percepiti inevitabilmente come freddi e burocratici dai cittadini europei. Allora bisognerà ripartire dal proprio passato, dai quel humus cristiano, giudaico, islamico e nord europeo che hanno plasmato per secoli il Vecchio Continente per guardarsi dentro e ridare una nuova di prospettiva di futuro (Cfr. Corriere Della Sera – Intervista a Julia Kristeva, 10 dicembre 2018, linguista, psicanalista, filosofa e scrittrice francese).

La nave Europa avrebbe tutte le potenzialità per affrontare ogni sfida, ma mancano dei capitani di valore che sappiano guidare l’equipaggio verso nuovi orizzonti.

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